(E’ morto di fame e ha lasciato il salame) don Angelo Busi

Pensando al nuovo anno 2026 ho cercato di immaginare il nostro futuro e, non so come, mi è risuonata un’espressione dialettale che noi bambini sentivamo dalle persone più anziane del nostro piccolo paese: ‘L’è mort da la fam e u g’ha lasà al salam’ che possiamo tradurre facilmente: ‘E’ morto di fame e ha lasciato il salame’. Mi è apparsa una specie di profezia per leggere il futuro che potrebbe arrivare se non diamo davvero senso al nostro presente. Un presente ben più ricco del ‘salame’ di cui parlava il nonno che alludeva ad uno strano personaggio che, pur avendo la possibilità di sfamarsi avendo il salame sul tavolo, riesce a morire non di morte naturale ma di fame.

Nel libro biblico della Sapienza il re Salomone, richiesto da Dio di chiedere ciò che più desidera per sè, afferma:
’Per questo pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito della sapienza. La preferii a scettri e troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte ad essa l’argento. L’amai più della salute e della bellezza, preferii il suo possesso alla stessa luce, perché non tramonta lo splendore che ne promana’.
Il nostro tempo può disporre di algoritmi che davvero fanno miracoli: con l’avvento dell’ultima nata della tecnologia digitale, l’IA, l’Intelligenza artificiale, abbiamo a disposizione straordinarie risorse per il nostro futuro. Ma la scena del tipo che si lascia morire di fame non mi dà tregua. Ripensando al lavoro che dal giugno 2013 svolge l’Emporio solidale nel nostro territorio, mi sembra di poter dire che il gesto di condividere il cibo con tante persone in difficoltà ha nutrito anche la nostra comunità del cibo della prudenza e della sapienza.

Ci ha aiutato a ricordare che la precarietà non è solo la condizione di migranti che vengono da paesi poveri ma anche la condizione ordinaria di ogni essere umano. La dimenticanza di questo principio a favore del principio dell’onnipotenza dell’uomo è all’origine delle guerre che si stanno accendendo ovunque, alcune alle porte del cosiddetto Occidente avanzato.
Il punto di partenza dell’esperienza dell’Emporio solidale è che tutti abbiamo bisogno di tutti: chi ha il cibo ha bisogno di chi gli ricorda che il cibo è di tutti, non solo di chi ce l’ha; chi non ha il cibo ha bisogno di chi lo aiuta a sentirsi parte della comunità umana e non uno scarto sociale. In tutta questa storia chi rischia di più è chi sente garantito dal suo stesso benessere. Le garanzie economiche non lo preservano dalla grande illusione: che si può morire di fame anche se si può disporre del salame, si può morire di tecnologia se non impariamo ad usarla per far bene e non per distruggere l’altro. Molti pensano che la sicurezza economica e sociale, la sicurezza tecnologica e quella delle armi sia un dogma assoluto e la fragilità un errore da correggere.
Voglio dire che non è vera quell’idea che con un buon manuale della vita buona, potremo avere davvero una vita buona. Si è diffusa la falsa notizia che tutto sia affrontabile e, soprattutto, superabile. Non è vero che ci sono risposte pronte a ogni possibile incertezza. La mia impressione è che la sovrabbondanza di soluzioni produca paradossalmente un nuovo tipo di solitudine, quella di chi ha perso familiarità con il tempo lungo dell’attesa. Se tutto si può avere subito perchè attendere? Ma l’esistenza non è un software difettoso da aggiornare; essa si dà nell’opacità, nella discontinuità, nella possbilità di non coincidere mai pienamente con se stessi.

E come ci sono falsi profeti che ci predicano che, grazie al veloce aggiornamento tecnologico, saremo liberati dalla fatica e dalla precarietà, ci sono anche buoni profeti che ascoltano e imparano dalla fragilità. Non per risolvere o abolire la povertà, ma per restare finalmente umani. Il nonno che mi parlava di quel salame rimasto sul tavolo mi fa pensare che il nostro tempo non ha solo bisogno di risposte.
Abbiamo soprattutto bisogno di mantenere vive le domande. Perché riusciamo a produrre guerre e non riusciamo a generare solidarietà? Perché l’ingiustizia è quotata in borsa e la fraternità gode di così scarsa considerazione?
don Angelo Busi Presidente associazione Borgotaro solidale ODV
