Ancora un altro giorno

I giorni all’Emporio Solidale sembrano onde che rovinano sulla spiaggia, tutte uguali, infinite, inesauribili. Ci deve essere, là fuori, un oceano vasto e misterioso che le genera senza stancarsi mai, di giorno, di notte, sempre. Anche oggi abbiamo aperto, anche oggi distribuiamo derrate alimentari per le famiglie in difficoltà, come usa dire; aperti un altro giorno, un altro giorno ancora.

Qualcuno ha pensato di raccogliere anche i vecchi giocattoli, quelli che i figli non guardano più, e nell’angolo dedicato, mentre le madri fanno la spesa, i bambini rovistano negli scatoloni se trovano una cosa che piace. Zoran è poco più alto della scrivania, quando si accosta, lo si vede solo dai grandi occhi neri in su.“C’è pistole?”

Zoran

“No”

“Perché”

“Non le hanno portate”

E io continuo ad aggiornare al computer elenchi di utenti e spese sostenute. Poco dopo, come la fatalità inesorabile dei giorni che si susseguono, ricompaiono gli occhi neri di Zoran, appena sopra il filo della scrivania:

“C’è pistole?”

“No”

“Perché”

“Non le fabbricano più” Dico per chiudere una volta per tutte.

Continuo a studiare i miei dati sulle famiglie utenti, e scopro che la maggior parte non è disoccupata, ma lavora. E allora? E allora sono lavori saltuari o sottopagati, non è la crisi, non è un fatto episodico, è strutturale. Anzi la crisi ha fatto diminuire il numero di utenti, chi poteva è tornato in Romania, Moldova, Ucraina. Certo i miei sono dati limitati, ma entro questo limite, è così.

Il piccolo Zoran torna con in mano un libro:“Bravo, è un libro da colorare” Gli dico.

“No matite”

Gli regalo i miei evidenziatori: giallo, rosso, verde. Lui riflette e mi dice:

“E il cielo?”

E allora gli lascio anche l’evidenziatore azzurro, l’ultimo che mi era rimasto.

Il resto è uno stillicidio di volti, di casi, di situazioni tutte diverse, e io posso solo ascoltare, non posso fermare l’oceano.

 

Il disegno di Zoran

Anselmo non lo hanno pagato, dice che il sindacato ha fatto tutte le carte, ma non lo hanno ancora pagato: “Vedremo, vedremo” dice uscendo curvo sotto un peso che non è quello delle borse.

 

La signora, vedova con tre figli, mi chiede se può prendere un altro litro di latte, chi sono io per dire di no, eppure dico: no, perché devo. Questa meschina onnipotenza mi ferisce. Quando mi chiedono qualche cosa in più, tentenno, ma devo. Gran parte del lavoro che faccio qui è contare gli arrivi, stimare l’afflusso di persone e calcolare quando spetta a ciascuno, in modo da evitare giacenze, cose buttate, e contemporaneamente provvedere che non resti senza chi arriva dopo. A tutti spiego perché devo dire di no, ma non mi piace. Certo si potrebbe calibrare sull’esigenza di ognuno, ma è troppo complicato, non mi basterebbe il tempo. Solo se arriva qualche vasetto di marmellata o di miele o caramelle li riservo alle famiglie con bambini, ma sono quasi tutte famiglie con bambini.

Qui succede che metter qualcosa nella pancia è un problema, mentre sarebbe … anzi è: solo natura. Qui succede che gente che lavora non mangia, mentre grandi corporations buttano l’invenduto. Non è un fatto lontano, remoto, estraneo, è qui! Quali diaboliche ragioni ci sono in questa pazzia?

Anselmo

Così ogni giorno di Emporio è una folla di pensieri che spinge, che si accalca. Sono confusi, grezzi, casuali; ascoltarli così, come vengono in mente, sembra non abbiano senso, sembrano cose che capitano e basta. L’amico colto insegna che qui non vendiamo, qui distribuiamo, e chi entra non possiede denaro, ma bisogni. C’è del vero, ma non esaurisce il problema, un albero non è la foresta e poi non c’è tempo per capire, approfondire o ribattere, perché ancora bussano alla porta. Si, fai entrare. E gli scaffali sono già vuoti. Amin, rifugiato dalla Guinea e volontario all’Emporio, dal magazzino porta i pacchi di zucchero. Li accatasta a caso, allora spiego che vanno messi tutti in ordine e in fila, tutti con la stessa faccia rivolta di fronte; no non così, tutti con la scritta diritta e non sottosopra. Poi le scatolette di tonno e di carne vanno messe a piramide: Vedi? Amin ride guardando il risultato. Il suo sorriso esalta il candido dei denti e degli occhi. La differenza tra i suoi bianchi e neri è pari a quella tra il villaggio sulla costa degli schiavi e la grande distribuzione europea, non è solo un salto di spazio, ma di tempo, di generazioni.

Tutti siamo possessori di bisogni, allora visti così, ad altezza Emporio, siamo tutti uguali ed è facile eliminare le differenze. Fatìma è venuta con la piccola Aicha, appena nata. La mamma, nell’androne dell’Emporio, la culla tra le braccia. La maomettana Fatìma sembra una Madonna con bambino, stesso velo, stesso sorriso, uguali i colori e la morbidezza delle ombre sul viso.

Ma arrivano anche persone nuove, e con loro nuove scoperte: Ciao, chi ti manda? Hai documenti? Jože è un uomo adulto e robusto, viene da qualche parte dei Balcani, di loro non si sa mai come pregano. Allora mi capita di avvertirlo che nella carne in scatola con la gelatina forse c’è il maiale. Lui mi guarda con due occhi all’uranio che penso: adesso m’ammazza. Poi abbassa la testa pentito e sussurra: “Ma ti pare che io …” Allora afferri in un lampo cos’è una pulizia etnica. Perché una giornata all’Emporio non è come leggere una pagina di un saggio ben scritto sul tema, ma è l’originale in carne ed ossa.

È sera, ormai non verrà più nessuno, Dài chiudiamo! E dobbiamo ancora fare le pulizie, acqua e sapone da strofinare sul pavimento. È passato un altro giorno di Emporio, senza protagonismi, senza furbe messe in scena, senza luci della ribalta; per fortuna non diventerà l’oggetto di un dibattito televisivo, un banale intervallo tra due spot pubblicitari. Per fortuna rimarrà solo quello che serve, rimarrà semplicemente quello che è: fatica. La fatica di far fronte al continuo susseguirsi dei giorni, giorni ricchi di bisogni che non si fermano mai, bisogni che non si possono fermare mai, la fatica di ricominciare sempre dagli scaffali vuoti, di ricominciare sempre daccapo. E i pensieri che mi hanno assediato, i casi, i volti si dissolvono come va e viene la consuetudine, ma sorge, sorprendente, una domanda inutile:

quanti sorrisi, quante carezze, quanti sguardi d’amore o pianti, ceffoni o cattive parole l’energia distribuita alimenterà? I pacchi di riso, di pasta, le scatolette di tonno e di carne, le salse, i succhi di frutta, l’insalata e le banane in quanta vita si trasformeranno? Naturalmente non so, non posso sapere, ma mi piace pensare che i grandi occhi neri del piccolo Zoran possano almeno avere tanto zucchero da poter colorare l’intero suo libro, senza pistole, perché non le fabbricano più.

By Angelo Conti

SOLO LA DIFFERENZA E’ FECONDA – sull’Immigrazione e la Ius soli

“Solo la differenza è feconda”, con questa frase potremmo condensare l’incontro che martedì 12 dicembre scorso si è tenuto presso la sala convegni del Seminario vescovile di Bedonia . Fortemente voluto dal Gruppo missionario di Bedonia e dal Gruppo di Parma del Laicato Saveriano, ha avuto come protagonista Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”, il giornale che fa da portavoce a livello nazionale ai cattolici italiani.

L’incontro, organizzato anche con la collaborazione del Seminario di Bedonia, di “Intersos Valtaro” e del “Centro studi Casaroli”, ha avuto come tema quello dell’immigrazione, del fenomeno dei rifugiati e della proposta di legge sullo “Ius soli”.

Il tema è stato introdotto da due significativi interventi: quello di Damaso Feci , presidente di Intersos Valtaro, che ha tratteggiato la figura del rifugiato e il suo evolversi dagli anni ’60 ad oggi partendo dalla sua esperienza presso l’Alto commissariato ONU per i rifugiati e quello di Corrado Truffelli presidente del “Centro studi Casaroli” che ha ricostruito brevemente la storia dell’emigrazione Valtarese invitandoci tutti a fare memoria della nostra storia quando ci approcciamo al tema dell’immigrazione.

L’incontro si è poi dipanato attraverso le domande che Alberto Chiappari, a nome degli organizzatori, ha rivolto a Tarquinio ma anche a Giuseppe Milano, caporedattore di TV Parma.

Si è partiti cercando di capire le dimensioni del fenomeno migratorio, le sue cause e come sia un fenomeno intrinseco alla natura umana. L’uomo, infatti a partire dalla sua storia più remota, ha sempre desiderato conoscere nuove terre ma anche ha avuto necessità di spostarsi a causa di carestie, guerre, fenomeni climatici. Occorre perciò non farci l’illusione che il fenomeno che negli ultimi anni ha caratterizzato la nostra storia recente, possa essere considerato un fenomeno temporaneo o essere fermato con soluzioni facili dimenticandone la complessità. Occorre, infatti, rendersi conto delle cause che portano centinaia di migliaia di persone spostarsi dalle aree meridionali del nostro pianeta verso le aree più settentrionali: le guerre (“la terza guerra mondiale a pezzi” secondo l’espressione di Papa Francesco), l’iniqua distribuzione delle risorse, le dinamiche demografiche (in particolare la crescita della popolazione africana), le mutazioni climatiche.

Si è passati poi a parlare delle politiche di contenimento del fenomeno immigratorio che il nostro paese sta facendo e delle possibili alternative. Tarquinio ha ricordato l’inaccettabilità della situazione dei migranti nei centri di raccolta della Libia dove si perpetrano orribili violenze. Occorrerebbe, invece, lavorare per rendere prassi normale quella dei corridoi umanitari che in questi ultimi anni la Comunità di Sant’Egidio con La Tavola Valdese stanno portando avanti. Questi garantiscono un arrivo in Italia sicuro, senza rischi, ed un’accoglienza che permette un rapido inserimento nella realtà Italiana.

Giuseppe Milano ha raccontato anche alcune esperienze provinciali e sono stati portati i dati sulla diffusione dei rifugiati nel nostro distretto che potrebbe essere preso come esempio di accoglienza diffusa.

E’ infatti a partire da un’accoglienza dei rifugiati sparsa su tutto il territorio nazionale e fatta di piccoli numeri che è possibile rendere tale accoglienza socialmente accettabile riducendo i rischi di fenomeni di xenofobia e di problemi di sicurezza.

D’altro canto è anche indispensabile una politica internazionale di sviluppo dei paesi da cui i migranti arrivano e risolvere la cause (conflitti, feroci dittature, povertà, ecc.) che determinano la fuga di molti dai loro paesi. L’”aiutiamoli a casa loro” non sia lo slogan per proporre facili soluzioni nascondendo sentimenti xenofobi o istinti populisti ma siano un reale impegno a favore di popolazioni che necessitano realmente di sviluppo.

Si è riconosciuto che spesso i timori dell’altro, dello straniero, sono causati da pregiudizi talora alimentati ad arte anche per interessi politici, mentre succede di frequente che, quando si viene a contatto di esperienze di accoglienza, si scoprono positive e a volte straordinarie possibilità di convivenza.

Tarquinio si è anche soffermato sulla risposta dei cattolici italiani a questa emergenza. Da un lato la Chiesa italiana ha dato una risposta che non ha pari in Europa con Caritas, associazioni, movimenti e semplici parrocchie impegnate nell’accoglienza, dall’altro bisogna ammettere come, per esempio, l’appello di Papa Francesco ad accogliere una famiglia di profughi in ogni parrocchia italiana non sia stato accolto e che episodi di rigetto siano venute anche da parroci e comunità cristiane.

Si è infine passati a parlare del grande tema della cittadinanza dei figli degli immigrati quella che giornalisticamente è stata definita la questione dello “Ius soli”. “Avvenire” si è impegnato dalla fine della scorsa estate in una grande campagna a favore dell’approvazione della legge in discussione in parlamento.

Ha raccolto e raccontato, infatti, le storie di decine di ragazzi che, pur non essendo italiani per la legge, lo sono nel cuore e nella cultura. A questo proposito Tarquinio ha fatto notare come sarebbe più corretto parlare di ‘jus culturae’. Infatti più che dalla nascita in un luogo, la cittadinanza dipende dalla conoscenza e dall’immersione in una cultura. Tanti giovani figli di emigrati sono italiani perché vivono, studiano, pensano come italiani. Quella italiana è una grande cultura che sa e deve essere contagiosa per tutto il mondo; l’esempio di tanti giovani né è la più lampante testimonianza.

La legge in discussione, pur non nascondendo le difficoltà della sua approvazione, è una norma, assolutamente necessaria, che non fa che riconoscere giuridicamente una realtà già esistente e che risponde non soltanto al diritto degli immigrati, ma anche agli interessi del paese, che attraversa una sempre più grave crisi di denatalità e di senilizzazione della popolazione.

Tarquinio ha anche tenuto a precisare che chi è favorevole all’accoglienza non è contro le regole ma anzi è per regole chiare e semplici che tutti, italiani, immigrati e rifugiati devono rispettare.

La serata si è conclusa con alcuni interventi del pubblico ma anche e soprattutto con la consapevolezza che come cristiani non possiamo mai dimenticarci ciò che Gesù ha detto nel suo Vangelo: “ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt, 25, 35).

di Alberto Chiappari

Poverta’ studio della Fondazione E. ZANCAN rapporto 2018

Il «welfare generativo» prefigura politiche capaci di andare oltre l’assistenzialismo e porre un freno alla dissipazione delle risorse disponibili. La «cittadinanza generativa» è un cambio di paradigma verso nuovi modi di essere società. Chiede ad ogni persona di contribuire alla lotta alla povertà e alla disuguaglianza, mettendo in campo le proprie capacità a «corrispettivo sociale».

FONDAZIONE E. ZANCAN Rapporto sul sito della fondazione

Anche gli Empori fanno parte dello studio della Fondazione E. Zancan sulla poverta’ e su un nuovo modo di affrontarla “IL WELFARE GENERATIVO”. Un nuovo paradigma che sostituisce l’idea di aiuto con l’idea di opportunita’. Generare protagonismo nelle persone in difficolta’ e’ il mezzo di reale superamento di momenti difficili che possono cronicizzarsi in un atteggiamento passivo e privo di speranza. La poverta’ va ricordato che nel nostro paese e’ sicuramente un momento di difficolta’ che puo’ colpire nuclei fragili ma non evidentemente poveri (Giovani famiglie, persone sole, persone e nuclei con reti sociali povere (tipo i migranti) e persone colpite da patologie). La caduta in poverta’ e’ facilitata spesso da poverta’ culturale e incapacita’ a far fronte alla complessita’ e agli stimoli della Ns societa’. Noi viviamo in una societa’ competitiva, individualista che tende a non proteggere l’individuo, spinto spesso al consumo anche con mezzi di tipo coercitivo e seduttivo. La perdita della dimensione sociale protettiva del Gruppo e’ una delle maggiori poverta’ del modello attuale consumistico della societa’, in cui la fragilita’ viene considerata una malattia. Poverta’ come esclusione, quindi la lotta alla poverta’ e’ prima di tutto lotta per l’inclusione sociale e il protagonismo delle persone.

Si può contribuire al futuro del welfare valorizzando le capacità dei singoli soggetti? La domanda è ormai ricorrente nella riflessione economica, sociologica, psicosociale. Ma cosa accadrebbe se venisse affrontata anche in ambito giuridico, ambientale, sanitario, logistico e organizzativo? In tali ambiti la «capacitazione» trova chiavi di lettura diverse, in campi di azione dove gli interessi delle persone sono spesso in conflitto e dove l’individualismo può rendere impossibile l’incontro fra diritti e doveri, determinando il fallimento della valorizzazione delle capacità nelle pratiche di welfare. Tutte queste questioni sono state approfondite nei precedenti rapporti della Fondazione Zancan centrati sul welfare generativo, pubblicati dal 2012 al 2017. Nel loro insieme questi volumi costituiscono una piattaforma robusta e articolata, mentre il presente Rapporto 2018 entra nel merito delle scelte possibili, proponendo sistemi di supporto alle decisioni e pratiche necessarie per innovare la lotta alla povertà in territori generativi di valore umano e sociale. Mettere al centro le persone e le loro capacità, e non soltanto i loro bisogni, è una sfida per professionisti, volontari, operatori di servizi pubblici e privati, soggetti con responsabilità politiche, per superare le pratiche assistenzialistiche e dotare chi vive in povertà non soltanto di supporti economici, ma di strumenti utili a migliorare le proprie condizioni di vita.