Quale futuro? Riflessioni dell’Emporio Valtaro sui dati di accesso 2017

L’Emporio Solidale Valtaro inizia la sua opera nel Luglio 2013, sono ad oggi cinque anni di ininterrotta attività nella distribuzione di beni (in netta prevalenza derrate alimentari) a favore di famiglie in difficoltà. Nell’arco di questo significativo lasso di tempo l’Emporio non solo ha provveduto ad alleviare un patimento impellente, ma ha raccolto negli anni una serie di dati a nostro giudizio significativi (perché ottenuti a stretto e quotidiano contatto con il fenomeno) inerenti alle dinamiche del disagio economico, meglio noto e più genericamente nominato ”povertà”. Sotto questo punto di vista l’Emporio svolge il ruolo dell’infermiere con in mano il termometro che rileva l’andamento della temperatura del paziente, in questo caso: l’insieme degli otto comuni dell’alta Valtaro che costituiscono bacino di utenza dell’Emporio stesso (per elenco comuni vedi Tab. A). Perché se l’Emporio è il termometro, esso si configura come semplice strumento rilevatore di un fenomeno che trova le sue ragioni, o comunque una sua espressione, nel metabolismo di quel “corpo sociale”.

Tabella A/1

 

Siamo ovviamente coscienti che in una società moderna e sviluppata otto comuni di alta valle non sono un’entità isolata, ma largamente dipendente da un mondo economico e sociale più vasto che ne condiziona in buona parte la vita. Ma pure il ricondurre i dati dell’utenza Emporio alla realtà territoriale di competenza permette, nel caso, di verificare quale impatto hanno provocato e provocano quegli stessi condizionamenti esterni, in combinazione con il tessuto economico sociale locale, nell’ambito del fenomeno “povertà” considerato nei suoi aspetti quantitativi e qualitativi. Quegli stessi dati inoltre si prestano a confronti con realtà similari o più vaste, come provinciali, regionali e/o nazionali in modo da mettere in luce eventuali costanti, specificità, anomalie.

Tabella A/2

 

Ci permettiamo così di sottoporre alle amministrazioni competenti, agli operatori sociali, alle istituzioni impegnate a vario titolo nelle comunità, ma anche alla platea più vasta dei cittadini nonché’ a tutti coloro che in questi anni hanno collaborato e sostenuto il progetto, un primo ventaglio di dati sintetizzati nelle tre tabelle a seguire per stimolare commenti, considerazioni, pareri. Tutte le tabelle si riferiscono all’anno 2017.

La tabella A/1 registra la provenienza dell’Utenza Emporio comune per comune. Di assoluta evidenza la prevalenza di residenti nel comune di Borgotaro, lo stesso comune di ubicazione dell’Emporio e di gran lunga il più popolato. Occorre a questo proposito sottolineare la probabile difficoltà da parte di nuclei familiari residenti in altri comuni nel raggiungere la sede dell’Emporio a causa degli alti costi di trasporto la cui insostenibilità aumenta con il diminuire della disponibilità economica (non ci è inusuale la richiesta di fare spesa doppia dimezzando così i costi di viaggio, ma a scapito di un minor rifornimento di derrate alimentari fresche, quindi di un peggioramento della dieta). Questo aspetto ci induce a pensare che in realtà il bacino di utenza esistente nei comuni diversi da Borgotaro sia più consistente di quanto rilevato, anche per il fatto che in alcuni comuni (vedi Bedonia) esistono forme locali di aiuto, per esempio: pacco alimentare, segnale evidente di un disagio presente non registrato dall’Emporio. Infine un dato generale: su una popolazione totale residente negli otto comuni di 18996 abitanti, il numero utenti Emporio risulta nel 2017 di 231 persone pari al 1,22%; parliamo in questo caso di utenza permanente, ad essa occorre sommare una ventina di persone stimate come affluenza saltuaria, rispetto alle quali non è possibile ricostruire la provenienza.

Tabella B

La tabella B illustra i nuclei familiari utenti permanenti dell’Emporio divisi per tipo di reddito. Il dato è ricavato dall’attribuzione ISEE (attestazione necessaria per l’iscrizione e la presa in carico da parte dell’Emporio in concomitanza di un indicatore di situazione economica equivalente che sia pari o inferiore a 8000 Euro) Anche qui, inequivocabile, emerge una netta prevalenza: quella di nuclei familiari nei quali uno o più componenti sono percettori di reddito da lavoro, molto più bassa la fetta relativa a disoccupati assoluti e infine minoritaria la componente pensionati. La forza dei numeri ci riconduce così, dopo averne fotografato la quantità, alla qualità del fenomeno “povertà” che stiamo cercando di disegnare. Non si tratta di una massiccia mancanza di lavoro, ma di occupazioni precarie e sottopagate che, a dieci anni dalla crisi 2008, inducono a formulare l’ipotesi di un fenomeno strutturale e non episodico. Sorgono allora spontanee le domande: alla luce di questo tipo di tessuto produttivo e occupazionale e nelle more di una realtà economica sempre più incerta e conflittuale, con quali prospettive si deve guardare al futuro? Dobbiamo quindi pensare all’Emporio come ad una struttura permanente perché permane fisiologicamente la ragione del suo esistere? E se ciò è vero, a quali livelli di affluenza dovrà far fronte l’Emporio domani, e con quali forze e risorse

Tabella C

Per concludere la tabella C specifica ulteriormente la qualità dell’utenza considerata ora nella sua divisione per fasce d’età. In ordinata compaiono le percentuali di incidenza degli utenti Emporio sul totale degli abitanti negli otto comuni a pari fascia d’età. Da 100 fino a 84 anni la presenza è uguale a zero, da quel punto inizia a salire una cresta impervia mano a mano che la popolazione è più giovane; colpisce drammaticamente quella rampa finale riferibile al dato da 0 a 4 anni, significa che su 535 bambini e bambine residenti totali fino a 4 anni, 24 sono utenti Emporio, il dato è pari al 4,49%. Sale in progressione la percentuale di generazioni che hanno nella precarietà la loro esperienza quotidiana fin dalla più tenera età. Il dato è condizionato anche dall’entità delle fasce d’età della popolazione totale, costantemente in discesa a partire dai 35-39 anni, in pratica dalla fine degli anni 70 del secolo scorso. Un calo del quale, ad oggi, non si intravede una inversione di tendenza.

Una povertà che dura nel tempo, ma che comunque appartiene al ceto produttivo e che produce una ricchezza, una povertà progressivamente più presente nella popolazione più giovane, cioè una fascia di persone che in pratica rappresenta il futuro, e il tutto in un contesto generale incerto e fragile economicamente e in calo demografico da decenni, questo il quadro che ci pare emerga ad un primo impatto, ad un primo sguardo. L’Emporio, dicevamo più sopra, è solo un termometro o al più un infermiere in grado di alleviare picchi di temperatura, ma che non sarà mai risolutivo finché un medico non ne comprenda le ragioni. Infine l’attenzione principale sulla quale vogliamo porre con forza la riflessione è sulle dinamiche in prospettiva di questi fattori, perché il loro sviluppo non riguardano la “povertà” come fosse un episodio a se stante, estraneo, perché non è un fatto chiuso in se stesso, ma un fattore determinato e che a sua volta determina l’intera comunità.

Nota sulle fonti:
Elaborazioni dati Emporio accessi banca dati informatica.
Attestazioni indicatore di situazione economica certificate da Inps ISEE 2017.
Indicatori demografici della provincia di Parma.
Pubblicato su www.emporiovaltaro.it

Articolo scaricabile in formato PDF Quale futuro – elaborazione dati 2017

La povertà in Italia – Comunicato ISTAT

Le stime diffuse in questo report si riferiscono a due distinte misure della povertà: assoluta e relativa, che derivano da due diverse definizioni e sono elaborate con metodologie diverse, utilizzando i dati dell’indagine campionaria sulle spese per consumi delle famiglie.

Nel 2017 si stimano in povertà assoluta 1 milione e 778 mila famiglie residenti in cui vivono 5 milioni e 58 mila individui; rispetto al 2016 la povertà assoluta cresce in termini sia di famiglie sia di individui.

L’incidenza di povertà assoluta è pari al 6,9% per le famiglie (da 6,3% nel 2016) e all’8,4% per gli individui (da 7,9%). Due decimi di punto della crescita rispetto al 2016 sia per le famiglie sia per gli individui si devono all’inflazione registrata nel 2017. Entrambi i valori sono i più alti della serie storica, che prende avvio dal 2005.

Nel 2017 l’incidenza della povertà assoluta fra i minori permane elevata e pari al 12,1% (1 milione 208 mila, 12,5% nel 2016); si attesta quindi al 10,5% tra le famiglie dove è presente almeno un figlio minore, rimanendo molto diffusa tra quelle con tre o più figli minori (20,9%).

L’incidenza della povertà assoluta aumenta prevalentemente nel Mezzogiorno sia per le famiglie (da 8,5% del 2016 al 10,3%) sia per gli individui (da 9,8% a 11,4%), soprattutto per il peggioramento registrato nei comuni Centro di area metropolitana (da 5,8% a 10,1%) e nei comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (da 7,8% del 2016 a 9,8%). La povertà aumenta anche nei centri e nelle periferie delle aree metropolitane del Nord.

L’incidenza della povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Il valore minimo, pari a 4,6%, si registra infatti tra le famiglie con persona di riferimento ultra sessantaquattrenne, quello massimo tra le famiglie con persona di riferimento sotto i 35 anni (9,6%).

A testimonianza del ruolo centrale del lavoro e della posizione professionale, la povertà assoluta diminuisce tra gli occupati (sia dipendenti sia indipendenti) e aumenta tra i non occupati; nelle famiglie con persona di riferimento operaio, l’incidenza della povertà assoluta (11,8%) è più che doppia rispetto a quella delle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (4,2%).

Cresce rispetto al 2016 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con persona di riferimento che ha conseguito al massimo la licenza elementare: dall’8,2% del 2016 si porta al 10,7%. Le famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, mostrano valori dell’incidenza molto più contenuti, pari al 3,6%.

Sorgente: La povertà in Italia

Ancora un altro giorno

I giorni all’Emporio Solidale sembrano onde che rovinano sulla spiaggia, tutte uguali, infinite, inesauribili. Ci deve essere, là fuori, un oceano vasto e misterioso che le genera senza stancarsi mai, di giorno, di notte, sempre. Anche oggi abbiamo aperto, anche oggi distribuiamo derrate alimentari per le famiglie in difficoltà, come usa dire; aperti un altro giorno, un altro giorno ancora.

Qualcuno ha pensato di raccogliere anche i vecchi giocattoli, quelli che i figli non guardano più, e nell’angolo dedicato, mentre le madri fanno la spesa, i bambini rovistano negli scatoloni se trovano una cosa che piace. Zoran è poco più alto della scrivania, quando si accosta, lo si vede solo dai grandi occhi neri in su.“C’è pistole?”

Zoran

“No”

“Perché”

“Non le hanno portate”

E io continuo ad aggiornare al computer elenchi di utenti e spese sostenute. Poco dopo, come la fatalità inesorabile dei giorni che si susseguono, ricompaiono gli occhi neri di Zoran, appena sopra il filo della scrivania:

“C’è pistole?”

“No”

“Perché”

“Non le fabbricano più” Dico per chiudere una volta per tutte.

Continuo a studiare i miei dati sulle famiglie utenti, e scopro che la maggior parte non è disoccupata, ma lavora. E allora? E allora sono lavori saltuari o sottopagati, non è la crisi, non è un fatto episodico, è strutturale. Anzi la crisi ha fatto diminuire il numero di utenti, chi poteva è tornato in Romania, Moldova, Ucraina. Certo i miei sono dati limitati, ma entro questo limite, è così.

Il piccolo Zoran torna con in mano un libro:“Bravo, è un libro da colorare” Gli dico.

“No matite”

Gli regalo i miei evidenziatori: giallo, rosso, verde. Lui riflette e mi dice:

“E il cielo?”

E allora gli lascio anche l’evidenziatore azzurro, l’ultimo che mi era rimasto.

Il resto è uno stillicidio di volti, di casi, di situazioni tutte diverse, e io posso solo ascoltare, non posso fermare l’oceano.

 

Il disegno di Zoran

Anselmo non lo hanno pagato, dice che il sindacato ha fatto tutte le carte, ma non lo hanno ancora pagato: “Vedremo, vedremo” dice uscendo curvo sotto un peso che non è quello delle borse.

 

La signora, vedova con tre figli, mi chiede se può prendere un altro litro di latte, chi sono io per dire di no, eppure dico: no, perché devo. Questa meschina onnipotenza mi ferisce. Quando mi chiedono qualche cosa in più, tentenno, ma devo. Gran parte del lavoro che faccio qui è contare gli arrivi, stimare l’afflusso di persone e calcolare quando spetta a ciascuno, in modo da evitare giacenze, cose buttate, e contemporaneamente provvedere che non resti senza chi arriva dopo. A tutti spiego perché devo dire di no, ma non mi piace. Certo si potrebbe calibrare sull’esigenza di ognuno, ma è troppo complicato, non mi basterebbe il tempo. Solo se arriva qualche vasetto di marmellata o di miele o caramelle li riservo alle famiglie con bambini, ma sono quasi tutte famiglie con bambini.

Qui succede che metter qualcosa nella pancia è un problema, mentre sarebbe … anzi è: solo natura. Qui succede che gente che lavora non mangia, mentre grandi corporations buttano l’invenduto. Non è un fatto lontano, remoto, estraneo, è qui! Quali diaboliche ragioni ci sono in questa pazzia?

Anselmo

Così ogni giorno di Emporio è una folla di pensieri che spinge, che si accalca. Sono confusi, grezzi, casuali; ascoltarli così, come vengono in mente, sembra non abbiano senso, sembrano cose che capitano e basta. L’amico colto insegna che qui non vendiamo, qui distribuiamo, e chi entra non possiede denaro, ma bisogni. C’è del vero, ma non esaurisce il problema, un albero non è la foresta e poi non c’è tempo per capire, approfondire o ribattere, perché ancora bussano alla porta. Si, fai entrare. E gli scaffali sono già vuoti. Amin, rifugiato dalla Guinea e volontario all’Emporio, dal magazzino porta i pacchi di zucchero. Li accatasta a caso, allora spiego che vanno messi tutti in ordine e in fila, tutti con la stessa faccia rivolta di fronte; no non così, tutti con la scritta diritta e non sottosopra. Poi le scatolette di tonno e di carne vanno messe a piramide: Vedi? Amin ride guardando il risultato. Il suo sorriso esalta il candido dei denti e degli occhi. La differenza tra i suoi bianchi e neri è pari a quella tra il villaggio sulla costa degli schiavi e la grande distribuzione europea, non è solo un salto di spazio, ma di tempo, di generazioni.

Tutti siamo possessori di bisogni, allora visti così, ad altezza Emporio, siamo tutti uguali ed è facile eliminare le differenze. Fatìma è venuta con la piccola Aicha, appena nata. La mamma, nell’androne dell’Emporio, la culla tra le braccia. La maomettana Fatìma sembra una Madonna con bambino, stesso velo, stesso sorriso, uguali i colori e la morbidezza delle ombre sul viso.

Ma arrivano anche persone nuove, e con loro nuove scoperte: Ciao, chi ti manda? Hai documenti? Jože è un uomo adulto e robusto, viene da qualche parte dei Balcani, di loro non si sa mai come pregano. Allora mi capita di avvertirlo che nella carne in scatola con la gelatina forse c’è il maiale. Lui mi guarda con due occhi all’uranio che penso: adesso m’ammazza. Poi abbassa la testa pentito e sussurra: “Ma ti pare che io …” Allora afferri in un lampo cos’è una pulizia etnica. Perché una giornata all’Emporio non è come leggere una pagina di un saggio ben scritto sul tema, ma è l’originale in carne ed ossa.

È sera, ormai non verrà più nessuno, Dài chiudiamo! E dobbiamo ancora fare le pulizie, acqua e sapone da strofinare sul pavimento. È passato un altro giorno di Emporio, senza protagonismi, senza furbe messe in scena, senza luci della ribalta; per fortuna non diventerà l’oggetto di un dibattito televisivo, un banale intervallo tra due spot pubblicitari. Per fortuna rimarrà solo quello che serve, rimarrà semplicemente quello che è: fatica. La fatica di far fronte al continuo susseguirsi dei giorni, giorni ricchi di bisogni che non si fermano mai, bisogni che non si possono fermare mai, la fatica di ricominciare sempre dagli scaffali vuoti, di ricominciare sempre daccapo. E i pensieri che mi hanno assediato, i casi, i volti si dissolvono come va e viene la consuetudine, ma sorge, sorprendente, una domanda inutile:

quanti sorrisi, quante carezze, quanti sguardi d’amore o pianti, ceffoni o cattive parole l’energia distribuita alimenterà? I pacchi di riso, di pasta, le scatolette di tonno e di carne, le salse, i succhi di frutta, l’insalata e le banane in quanta vita si trasformeranno? Naturalmente non so, non posso sapere, ma mi piace pensare che i grandi occhi neri del piccolo Zoran possano almeno avere tanto zucchero da poter colorare l’intero suo libro, senza pistole, perché non le fabbricano più.

By Angelo Conti