Una nuova sfida per l’Emporio solidale Valtaro
Nell’epoca preistorica dei programmi televisivi arrivava il momento in cui Mike Bongiorno poneva la fatidica domanda: ‘Lascia o raddoppia?’. Il concorrente doveva decidere se rischiare o se accontentarsi della vincita già acquisita. La storia dell’Emporio solidale è stata per la nostra comunità la storia di un’attenzione al territorio, una forma di rispetto verso chi più avverte il peso della precarietà sociale ed economica. La percezione che tutti noi abbiamo da quel 11 settembre 2001 quando il mondo ha visto crollare le torri gemelle a NewYork, quella percezione di insicurezza si è rivelata.

L’esperienza drammatica della pandemia da coronavirus dal 2020 ha confermato l’unica certezza che ci è rimasta: la certezza della nostra fragilità. Sembrano definitivamente tramontati i tempi dell’ottimismo. Negli ultimi anni il propagarsi del virus della guerra ci appare come l’annuncio che il tempo della pace è davvero finito: siamo in guerra, armiamoci e partiamo! La notizia che l’Emporio solidale in Valtaro non lascia ma raddoppia è una buona notizia. E’ il segnale che la comunità locale sceglie la via del ‘rispetto’, non della distrazione. Distratto è chi guarda ma non vede, sente ma non ascolta, osserva ma non agisce. Il distratto ha trovato grande sostegno nell’era dei social: può permettersi di restare attento soltanto al consenso mediatico. Senza dare una mano come facevano i primi volontari accorsi nel Friuli scosso dal terremoto del 1976, il distratto si limiterebbe oggi a filmare, postare, commentare. In Friuli in quel maggio di quaranta anni fa c’era da ricostruire e la comunità nazionale lo ha fatto. L’apertura di un nuovo spazio solidale a Borgo Val di Taro è un segnale di speranza: di fronte alla crescente fragilità che coinvolge sempre di più le fasce più deboli della popolazione, si è deciso di raddoppiare l’impegno solidale. Molti sono tentati di lasciare, la comunità borgotarese invece sceglie di dedicare nuovi spazi e nuove energie a famiglie e minori in attesa di solidarietà. E’ una forma di rispetto per chi avverte più forte il senso della precarietà sociale. La parola ‘rispetto’ affonda le sue radici in ‘respicere’ che letterariamente significa guardare di nuovo, guardare indietro: richiama il dovere di non cedere alla smania del giudizio immediato figlio dell’emotività, che non tiene conto delle storie delle persone, delle loro battaglie interiori. Vogliamo allenarci alla bellezza del prendersi cura, del fare attenzione, del preoccuparsi della vita altrui, così che la comunità possa crescere in armonia facendo assaporare in chi ne fa parte il gusto dell’appartenenza alla medesima famiglia umana.

