Olocausto: la psichiatria non può dimenticare | www.psychiatryonline.it

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27 gennaio la Giornata della MEMORIA.
Prima che a pieno regime si cominciasse a uccidere nei campi di sterminio, un’orrenda tragedia preparò il terreno. Una ben nota e disastrosa alleanza tra giuristi, psichiatri e sostenitori dell’eugenetica e del darwinismo sociale avviarono alla morte centinaia di migliaia di esseri umani: bambini handicappati, inguaribili o incontrollabili e uomini e donne malati di mente. Quasi una sperimentazione, una prova generale per il grande sterminio che di lì a poco arrivò. La distruzione di quelle “povere cose” (vite) si protrasse per qualche tempo anche dopo il 1945. Conseguenze disastrose della psichiatria che sottrae valore e significato alla vita. Che affonda le sue radici nelle incontestabili certezze biologiche.

Nel 1920 usciva in Germania un libro di Karl Binding, professore di diritto penale all’università di Lipsia, e di Alfred Hoche, professore di clinica psichiatrica all’università di Strasburgo, dal titolo “Il permesso di annientare vite indegne di vita”. Nel libro si affermava che la vita dei malati di mente cronici, internati negli ospedali psichiatrici, fosse una vita non degna di essere vissuta. Le inumane parole di Binding dicevano: “non c’è dubbio alcuno che negli ospedali psichiatrici vi siano persone (ancora) viventi la cui morte rappresenta per loro la redenzione e, per la società e lo stato, una liberazione”. E quelle ancora più spaventose di Hoche che definiva queste persone “gusci umani totalmente vuoti” e la loro eliminazione non costituiva “alcun crimine” ma, anzi, “un atto medico consentito e lecito”.
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