IL MONDO AL CONTRARIO

La povertà in Italia nel 2025 – Sintesi del rapporto ISTAT

Nel 2025 la povertà in Italia rimane sostanzialmente stabile rispetto al 2024, confermandosi un problema strutturale della società italiana. Nonostante alcuni segnali di miglioramento, milioni di persone continuano a vivere in condizioni di grave difficoltà economica.

La povertà assoluta riguarda le persone e le famiglie che non dispongono delle risorse economiche necessarie per acquistare un paniere di beni e servizi essenziali. La povertà relativa misura invece lo svantaggio economico rispetto al livello medio di consumo della società.

povertà assoluta e erelativa in italia

2. Le principali disuguaglianze

Il rischio di povertà non è distribuito uniformemente, ma dipende da fattori territoriali, familiari, generazionali, occupazionali e sociali.

Disuguaglianze territoriali. Il Mezzogiorno presenta l’incidenza più elevata di famiglie in povertà assoluta (9,6%), mentre il Centro registra quella più bassa (6,3%). Il divario territoriale rimane significativo.

Disuguaglianze generazionali. I minori e i giovani adulti risultano particolarmente vulnerabili: il 12,5% dei minori e il 12,1% dei giovani tra 18 e 34 anni vive in povertà assoluta, contro il 6,1% degli ultra sessantacinquenni.

Dimensione familiare. La povertà aumenta con il numero dei componenti: interessa il 19,2% delle famiglie con almeno cinque persone e l’11,5% delle famiglie mono genitore.

Cittadinanza. L’incidenza della povertà assoluta è del 5,9% tra le famiglie composte esclusivamente da italiani, ma raggiunge il 29,4% tra quelle composte esclusivamente da cittadini stranieri.

grafico sulla poverta' divisa per tipologie famigliari

3. Istruzione e lavoro proteggono, ma non eliminano la povertà

Il livello di istruzione rappresenta un importante fattore protettivo: l’incidenza della povertà assoluta è del 4,4% nelle famiglie la cui persona di riferimento possiede almeno un diploma, mentre sale all’11,9% quando possiede al massimo la licenza media.

Anche la condizione lavorativa è determinante. La povertà colpisce il 20,7% delle famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione.

Tuttavia, avere un lavoro non garantisce l’uscita dalla povertà: il fenomeno interessa il 14,3% delle famiglie la cui persona di riferimento è operaio o assimilato. Questo dato richiama il problema della povertà lavorativa (in-word povertà).

4. La povertà minorile rappresenta una delle maggiori criticità

Oltre 1,1 milioni di minori vivono in povertà assoluta. La situazione è particolarmente grave nelle famiglie numerose e in quelle con cittadinanza straniera.

L’intensità della povertà nelle famiglie con minori raggiunge il 21,6%, rispetto al 18,5% della media nazionale: ciò significa che le loro spese per consumi sono mediamente più distanti dalla soglia di povertà assoluta.

Si osservano alcuni miglioramenti tra i bambini di 7-13 anni, ma il fenomeno continua a compromettere le opportunità di crescita e di inclusione sociale.

5. Considerazioni dal punto di vista del lavoro sociale

I dati suggeriscono alcune importanti implicazioni per le politiche sociali e gli interventi territoriali.

  • Multi dimensionalità della povertà: la vulnerabilità economica si intreccia con istruzione, lavoro, composizione familiare, cittadinanza e territorio.
  • Prevenzione delle disuguaglianze: occorre prestare particolare attenzione ai minori, ai giovani e alle famiglie numerose, per contrastare la trasmissione intergenerazionale della povertà.
  • Integrazione degli interventi: il sostegno materiale deve accompagnarsi a politiche abitative, educative, occupazionali e di accesso ai servizi.
  • Lavoro sociale di comunità: le reti territoriali e i servizi di prossimità possono contribuire a intercettare precocemente le situazioni di vulnerabilità e promuovere inclusione.

Conclusione

Il rapporto ISTAT 2025 restituisce l’immagine di una povertà persistente, fortemente associata alle disuguaglianze sociali e alle condizioni familiari.

Il dato più significativo non è soltanto il numero delle persone povere, ma il fatto che la povertà colpisca in modo sistematicamente più intenso alcuni gruppi della popolazione: minori, giovani, famiglie numerose, lavoratori con occupazioni meno tutelate e famiglie straniere.

In una prospettiva di lavoro sociale, questi risultati indicano la necessità di superare interventi esclusivamente assistenziali, sviluppando strategie integrate capaci di agire sia sui bisogni immediati sia sulle condizioni strutturali che producono e riproducono la povertà.




WORKING POOR: Invisibili se il lavoro non basta – storie di nuove fragilità economiche

Convegno 16 arile 10.30 Auditorio paganini SALA Paer

I working poor sono lavoratori che, nonostante un impiego retribuito, non percepiscono un reddito sufficiente a superare la soglia di povertà, faticando a coprire il costo della vita. Il fenomeno, in crescita anche in Italia (oltre 1 su 10), colpisce principalmente giovani, donne, lavoratori intermittenti, part-time involontari o con bassi livelli di formazione.

Soluzioni e Cause del Fenomeno
Definizione: L’Eurostat definisce in-work poor chi lavora almeno 7 mesi all’anno ma vive in un nucleo familiare con reddito sotto il 60% di quello mediano nazionale.
Cause principali: Salari stagnanti, contratti instabili o atipici, aumento della gig economy, dumping contrattuale e alta inflazione.
Contesto italiano: In Italia, il fenomeno è superiore alla media europea (11,8% vs 9,2% UE), con un forte impatto al Sud e tra i giovani.
Conseguenze: Incapacità di garantire un’autonomia economica, precarietà, povertà assoluta nonostante l’occupazione, smentendo l’equazione “lavoro = benessere”.
Possibili Soluzioni e Contrasto
Salario minimo: Introduzione di minimi salariali per legge.
In-work benefits: Integrazione dei redditi bassi tramite sussidi mirati.
Revisione dei contratti: Contrasto al dumping e alla contrattazione collettiva non adeguata.
Formazione: Incentivi alla riqualificazione professionale.
Il tema dei working poor evidenzia un’area grigia tra lavoro e non-lavoro, che richiede interventi strutturali per garantire la dignità dei lavoratori.





Povertà assoluta in Italia: i dati ISTAT 2025 raccontano un Paese fermo

Il rapporto ISTAT 2025 sulla povertà assoluta, basato sui dati riferiti al 2024, fotografa una realtà che non può più essere archiviata come emergenza temporanea. La povertà assoluta in Italia è diventata una condizione strutturale, stabile nei numeri ma sempre più grave nelle implicazioni sociali.

Secondo l’ISTAT, oltre 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta. In termini percentuali, si tratta dell’8,4% delle famiglie residenti. Gli individui coinvolti sono circa 5,7 milioni, pari al 9,8% della popolazione. Un italiano su dieci, di fatto, non riesce a sostenere la spesa minima necessaria per una vita dignitosa.

Cos’è la povertà assoluta

Per povertà assoluta non si intende una generica difficoltà economica, ma l’impossibilità di accedere a beni e servizi essenziali: alimentazione adeguata, abitazione, riscaldamento, abbigliamento, cure sanitarie di base. La soglia viene calcolata tenendo conto della composizione familiare, dell’area geografica e del costo della vita. Scendere sotto quella soglia significa non poter soddisfare bisogni primari.

Numeri stabili, problema cronico

Il dato più inquietante non è solo l’entità del fenomeno, ma la sua persistenza. Rispetto all’anno precedente, le percentuali sono sostanzialmente stabili. Questo non è un segnale positivo: significa che le politiche messe in campo non stanno riducendo la povertà, ma al massimo ne contengono l’espansione. In altre parole, il sistema accetta come “normale” l’esistenza di milioni di persone in condizioni di grave deprivazione.

Minori: la povertà che si eredita

Uno degli aspetti più critici riguarda i minori. Oltre 1,28 milioni di bambini e ragazzi vivono in povertà assoluta, con un’incidenza che supera il 13%. È il dato più alto dell’ultimo decennio. Questo significa che la povertà non è solo una condizione presente, ma un fattore che compromette il futuro, incidendo su istruzione, salute e opportunità di mobilità sociale.

Lavorare non basta più

Il rapporto ISTAT conferma un elemento ormai evidente: il lavoro non è più una garanzia contro la povertà. L’incidenza è particolarmente elevata tra le famiglie operaie e tra chi vive di lavori a bassa retribuzione o con contratti discontinui. È il fenomeno dei working poor: persone occupate che, nonostante un reddito da lavoro, restano sotto la soglia di sussistenza. Questo dato mette in discussione l’idea che basti “creare lavoro” senza intervenire su salari, stabilità contrattuale e costo della vita.

Disuguaglianze territoriali e sociali

La povertà assoluta resta più diffusa nel Mezzogiorno, ma non risparmia il Nord e il Centro. Anche nelle aree economicamente più forti cresce la quota di famiglie che non reggono l’aumento dei costi abitativi e dei beni essenziali.
Particolarmente critica è la situazione delle famiglie con cittadini stranieri, dove l’incidenza supera il 30%. Si tratta di un segnale chiaro di difficoltà di integrazione economica e di accesso a lavori stabili e tutelati.

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Famiglie numerose: penalizzate dal sistema

Le famiglie con molti figli risultano tra le più esposte: nelle famiglie con cinque o più componenti la povertà assoluta supera il 20%. Le politiche di sostegno alla famiglia, così come sono oggi, non compensano il costo reale dei figli, soprattutto nei contesti a reddito medio-basso.

Una lettura senza illusioni

I dati ISTAT 2025 raccontano un Paese che non riesce a ridurre la povertà assoluta e che sembra averla normalizzata. Non si tratta di un problema marginale né di una fluttuazione statistica: è una questione di tenuta sociale.
Milioni di persone sono escluse da standard minimi di vita, e una parte consistente di esse lavora, cresce figli, contribuisce comunque all’economia.

Conclusione

La povertà assoluta in Italia non è più un’eccezione: è un elemento strutturale del sistema socioeconomico. I numeri lo dicono chiaramente. Senza interventi seri su salari, politiche familiari, welfare e servizi pubblici, la situazione resterà invariata o peggiorerà.
Continuare a leggere questi dati come un semplice indicatore economico significa ignorare il fatto centrale: quasi sei milioni di persone non riescono a vivere dignitosamente. Questo non è un dettaglio statistico, è un fallimento collettivo.