WORKING POOR: Invisibili se il lavoro non basta – storie di nuove fragilità economiche

Convegno 16 arile 10.30 Auditorio paganini SALA Paer

I working poor sono lavoratori che, nonostante un impiego retribuito, non percepiscono un reddito sufficiente a superare la soglia di povertà, faticando a coprire il costo della vita. Il fenomeno, in crescita anche in Italia (oltre 1 su 10), colpisce principalmente giovani, donne, lavoratori intermittenti, part-time involontari o con bassi livelli di formazione.

Soluzioni e Cause del Fenomeno
Definizione: L’Eurostat definisce in-work poor chi lavora almeno 7 mesi all’anno ma vive in un nucleo familiare con reddito sotto il 60% di quello mediano nazionale.
Cause principali: Salari stagnanti, contratti instabili o atipici, aumento della gig economy, dumping contrattuale e alta inflazione.
Contesto italiano: In Italia, il fenomeno è superiore alla media europea (11,8% vs 9,2% UE), con un forte impatto al Sud e tra i giovani.
Conseguenze: Incapacità di garantire un’autonomia economica, precarietà, povertà assoluta nonostante l’occupazione, smentendo l’equazione “lavoro = benessere”.
Possibili Soluzioni e Contrasto
Salario minimo: Introduzione di minimi salariali per legge.
In-work benefits: Integrazione dei redditi bassi tramite sussidi mirati.
Revisione dei contratti: Contrasto al dumping e alla contrattazione collettiva non adeguata.
Formazione: Incentivi alla riqualificazione professionale.
Il tema dei working poor evidenzia un’area grigia tra lavoro e non-lavoro, che richiede interventi strutturali per garantire la dignità dei lavoratori.





Povertà assoluta in Italia: i dati ISTAT 2025 raccontano un Paese fermo

Il rapporto ISTAT 2025 sulla povertà assoluta, basato sui dati riferiti al 2024, fotografa una realtà che non può più essere archiviata come emergenza temporanea. La povertà assoluta in Italia è diventata una condizione strutturale, stabile nei numeri ma sempre più grave nelle implicazioni sociali.

Secondo l’ISTAT, oltre 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta. In termini percentuali, si tratta dell’8,4% delle famiglie residenti. Gli individui coinvolti sono circa 5,7 milioni, pari al 9,8% della popolazione. Un italiano su dieci, di fatto, non riesce a sostenere la spesa minima necessaria per una vita dignitosa.

Cos’è la povertà assoluta

Per povertà assoluta non si intende una generica difficoltà economica, ma l’impossibilità di accedere a beni e servizi essenziali: alimentazione adeguata, abitazione, riscaldamento, abbigliamento, cure sanitarie di base. La soglia viene calcolata tenendo conto della composizione familiare, dell’area geografica e del costo della vita. Scendere sotto quella soglia significa non poter soddisfare bisogni primari.

Numeri stabili, problema cronico

Il dato più inquietante non è solo l’entità del fenomeno, ma la sua persistenza. Rispetto all’anno precedente, le percentuali sono sostanzialmente stabili. Questo non è un segnale positivo: significa che le politiche messe in campo non stanno riducendo la povertà, ma al massimo ne contengono l’espansione. In altre parole, il sistema accetta come “normale” l’esistenza di milioni di persone in condizioni di grave deprivazione.

Minori: la povertà che si eredita

Uno degli aspetti più critici riguarda i minori. Oltre 1,28 milioni di bambini e ragazzi vivono in povertà assoluta, con un’incidenza che supera il 13%. È il dato più alto dell’ultimo decennio. Questo significa che la povertà non è solo una condizione presente, ma un fattore che compromette il futuro, incidendo su istruzione, salute e opportunità di mobilità sociale.

Lavorare non basta più

Il rapporto ISTAT conferma un elemento ormai evidente: il lavoro non è più una garanzia contro la povertà. L’incidenza è particolarmente elevata tra le famiglie operaie e tra chi vive di lavori a bassa retribuzione o con contratti discontinui. È il fenomeno dei working poor: persone occupate che, nonostante un reddito da lavoro, restano sotto la soglia di sussistenza. Questo dato mette in discussione l’idea che basti “creare lavoro” senza intervenire su salari, stabilità contrattuale e costo della vita.

Disuguaglianze territoriali e sociali

La povertà assoluta resta più diffusa nel Mezzogiorno, ma non risparmia il Nord e il Centro. Anche nelle aree economicamente più forti cresce la quota di famiglie che non reggono l’aumento dei costi abitativi e dei beni essenziali.
Particolarmente critica è la situazione delle famiglie con cittadini stranieri, dove l’incidenza supera il 30%. Si tratta di un segnale chiaro di difficoltà di integrazione economica e di accesso a lavori stabili e tutelati.

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Famiglie numerose: penalizzate dal sistema

Le famiglie con molti figli risultano tra le più esposte: nelle famiglie con cinque o più componenti la povertà assoluta supera il 20%. Le politiche di sostegno alla famiglia, così come sono oggi, non compensano il costo reale dei figli, soprattutto nei contesti a reddito medio-basso.

Una lettura senza illusioni

I dati ISTAT 2025 raccontano un Paese che non riesce a ridurre la povertà assoluta e che sembra averla normalizzata. Non si tratta di un problema marginale né di una fluttuazione statistica: è una questione di tenuta sociale.
Milioni di persone sono escluse da standard minimi di vita, e una parte consistente di esse lavora, cresce figli, contribuisce comunque all’economia.

Conclusione

La povertà assoluta in Italia non è più un’eccezione: è un elemento strutturale del sistema socioeconomico. I numeri lo dicono chiaramente. Senza interventi seri su salari, politiche familiari, welfare e servizi pubblici, la situazione resterà invariata o peggiorerà.
Continuare a leggere questi dati come un semplice indicatore economico significa ignorare il fatto centrale: quasi sei milioni di persone non riescono a vivere dignitosamente. Questo non è un dettaglio statistico, è un fallimento collettivo.




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