REPORT EMPORIO ATTIVITA’ 2025

Povertà che cambia, territori che resistono: cosa raccontano i dati dell’Emporio Solidale Valtaro

I dati raccolti dall’Emporio Solidale Valtaro nel 2025 restituiscono l’immagine di un territorio che resiste, ma che convive ormai con una povertà strutturale, non più episodica né legata a singole emergenze. L’Alta Val Taro, come molte aree interne appenniniche, somma fragilità storiche: spopolamento, invecchiamento della popolazione, ridotta offerta di lavoro qualificato, difficoltà di accesso ai servizi e redditi medi inferiori rispetto ai centri urbani.

In questo contesto l’Emporio non rappresenta solo un luogo di distribuzione alimentare, ma una lente di osservazione privilegiata sui cambiamenti sociali ed economici in atto. Nel 2025 sono state seguite 123 famiglie, per un totale di circa 370 persone. Il numero rimane stabile rispetto agli anni precedenti, ma dietro questa apparente continuità si nasconde un dato più complesso: una parte delle famiglie cambia, entra ed esce dal servizio, mentre un’altra rimane intrappolata in una condizione di bisogno che tende a cronicizzarsi.

Il dato che più di ogni altro interpella le istituzioni riguarda i minori. Metà delle famiglie seguite ha figli minorenni e oltre 110 bambini e ragazzi sono coinvolti direttamente negli aiuti alimentari di cui 28 infanti (>3aa). La povertà infantile non è un effetto collaterale, ma uno degli assi portanti del disagio rilevato. È una povertà che non si esaurisce nella mancanza di cibo, ma si estende alla sfera educativa: difficoltà nell’accesso a materiali scolastici, strumenti informatici, opportunità formative. Nel 2025, per mancanza di risorse, l’Emporio non è riuscito a rispondere a molte di queste esigenze. Questo dato, da solo, dovrebbe orientare le priorità delle politiche locali: investire sui minori oggi significa evitare costi sociali ben più alti domani.

Accanto ai bambini emerge con forza un altro fenomeno spesso sottovalutato: il lavoro povero. Quasi la metà delle famiglie seguite ha almeno un componente occupato. Non si tratta quindi di famiglie “senza lavoro”, ma di nuclei in cui il reddito non è sufficiente a coprire le spese essenziali. Affitti, bollette energetiche e costi legati alla cura dei figli assorbono risorse che salari bassi e contratti precari non riescono a garantire ,avere un lavoro non equivale più, automaticamente, a non essere poveri.

Un altro elemento strutturale riguarda le famiglie con progetto migratorio, che rappresentano circa il 55% del totale. Sono famiglie mediamente più giovani, con più figli, spesso inserite nel mercato del lavoro locale, ma con un carico familiare elevato e minori reti di supporto. I dati mostrano con chiarezza che queste famiglie non sono un peso per il territorio, ma una componente essenziale della sua tenuta demografica, economica e sociale. Allo stesso tempo, però, sono esposte a un rischio maggiore di povertà educativa e di esclusione se non sostenute da politiche di integrazione e accompagnamento adeguate.

L’aiuto alimentare resta una risposta necessaria. Nel 2025 l’Emporio ha distribuito beni per un valore stimato di oltre 180.000 euro. Tuttavia, l’impatto economico medio per famiglia – circa 125 euro al mese – incide solo marginalmente sulla soglia di povertà assoluta. Questo dato non sminuisce il valore dell’Emporio, ma ne chiarisce i limiti: la solidarietà da sola non può compensare le distorsioni di un sistema economico che produce povertà.

In conclusione, il quadro che emerge dai dati dell’Emporio Solidale Valtaro è chiaro: la povertà nel territorio non è transitoria, ma radicata. Colpisce in modo particolare i minori, le famiglie con alto carico familiare, i lavoratori poveri e gli anziani con fragilità. Ignorare questi segnali significherebbe accettare una normalizzazione del disagio. Al contrario, riconoscerli può diventare il punto di partenza per una programmazione più consapevole, capace di mettere al centro lavoro dignitoso, tutela dell’infanzia e integrazione dei servizi.




L’è mort da la fam e u g’ha lasà al salam

(E’ morto di fame e ha lasciato il salame) don Angelo Busi

Pensando al nuovo anno 2026 ho cercato di immaginare il nostro futuro e, non so come, mi è risuonata un’espressione dialettale che noi bambini sentivamo dalle persone più anziane del nostro piccolo paese: ‘L’è mort da la fam e u g’ha lasà al salam’ che possiamo tradurre facilmente: ‘E’ morto di fame e ha lasciato il salame’. Mi è apparsa una specie di profezia per leggere il futuro che potrebbe arrivare se non diamo davvero senso al nostro presente. Un presente ben più ricco del ‘salame’ di cui parlava il nonno che alludeva ad uno strano personaggio che, pur avendo la possibilità di sfamarsi avendo il salame sul tavolo, riesce a morire non di morte naturale ma di fame.

Nel libro biblico della Sapienza il re Salomone, richiesto da Dio di chiedere ciò che più desidera per sè, afferma:

’Per questo pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito della sapienza. La preferii a scettri e troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte ad essa l’argento. L’amai più della salute e della bellezza, preferii il suo possesso alla stessa luce, perché non tramonta lo splendore che ne promana’.

Il nostro tempo può disporre di algoritmi che davvero fanno miracoli: con l’avvento dell’ultima nata della tecnologia digitale, l’IA, l’Intelligenza artificiale, abbiamo a disposizione straordinarie risorse per il nostro futuro. Ma la scena del tipo che si lascia morire di fame non mi dà tregua. Ripensando al lavoro che dal giugno 2013 svolge l’Emporio solidale nel nostro territorio, mi sembra di poter dire che il gesto di condividere il cibo con tante persone in difficoltà ha nutrito anche la nostra comunità del cibo della prudenza e della sapienza.

Ci ha aiutato a ricordare che la precarietà non è solo la condizione di migranti che vengono da paesi poveri ma anche la condizione ordinaria di ogni essere umano. La dimenticanza di questo principio a favore del principio dell’onnipotenza dell’uomo è all’origine delle guerre che si stanno accendendo ovunque, alcune alle porte del cosiddetto Occidente avanzato.

Il punto di partenza dell’esperienza dell’Emporio solidale è che tutti abbiamo bisogno di tutti: chi ha il cibo ha bisogno di chi gli ricorda che il cibo è di tutti, non solo di chi ce l’ha; chi non ha il cibo ha bisogno di chi lo aiuta a sentirsi parte della comunità umana e non uno scarto sociale. In tutta questa storia chi rischia di più è chi sente garantito dal suo stesso benessere. Le garanzie economiche non lo preservano dalla grande illusione: che si può morire di fame anche se si può disporre del salame, si può morire di tecnologia se non impariamo ad usarla per far bene e non per distruggere l’altro. Molti pensano che la sicurezza economica e sociale, la sicurezza tecnologica e quella delle armi sia un dogma assoluto e la fragilità un errore da correggere.

Voglio dire che non è vera quell’idea che con un buon manuale della vita buona, potremo avere davvero una vita buona. Si è diffusa la falsa notizia che tutto sia affrontabile e, soprattutto, superabile. Non è vero che ci sono risposte pronte a ogni possibile incertezza. La mia impressione è che la sovrabbondanza di soluzioni produca paradossalmente un nuovo tipo di solitudine, quella di chi ha perso familiarità con il tempo lungo dell’attesa. Se tutto si può avere subito perchè attendere? Ma l’esistenza non è un software difettoso da aggiornare; essa si dà nell’opacità, nella discontinuità, nella possbilità di non coincidere mai pienamente con se stessi.

E come ci sono falsi profeti che ci predicano che, grazie al veloce aggiornamento tecnologico, saremo liberati dalla fatica e dalla precarietà, ci sono anche buoni profeti che ascoltano e imparano dalla fragilità. Non per risolvere o abolire la povertà, ma per restare finalmente umani. Il nonno che mi parlava di quel salame rimasto sul tavolo mi fa pensare che il nostro tempo non ha solo bisogno di risposte.

Abbiamo soprattutto bisogno di mantenere vive le domande. Perché riusciamo a produrre guerre e non riusciamo a generare solidarietà? Perché l’ingiustizia è quotata in borsa e la fraternità gode di così scarsa considerazione?

don Angelo Busi Presidente associazione Borgotaro solidale ODV




Arriva il 2026! Tanti nuovi progetti.

Finisce il 2025 e arriva il 2026! La speranza è che sia un anno migliore di quello che ci lasciamo alle spalle. Tante le cose sulle quali l’umanità deve impegnarsi.

La disuguaglianza che colpisce sia le società ricche che quelle povere e che mette in discussione il nostro sistema economico. La violenza della guerra, oggi alle porte dell’Europa con il conflitto in Ucraina. La violenza che ancora oggi vivono donne e bambini del popolo palestinese a Gaza.

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Sofferenze che armano i nostri cuori, induriscono le nostre anime e paralizzano la nostra umana sensibilità verso gli altri, intesi come coloro che abitano la Nostra vita.

L’Emporio cerca di tenere viva la speranza per tutti coloro che hanno necessità di un aiuto, di un sostegno perché in difficoltà. Non è una soluzione completa o definitiva, ma “Una porta aperta” un luogo di ascolto e di conoscenza.

5. Il biblico invito alla speranza porta dunque con sé il dovere di assumersi coerenti responsabilità nella storia, senza indugi. La carità, infatti, «rappresenta il più grande comandamento sociale». La povertà ha cause strutturali che devono essere affrontate e rimosse. Mentre ciò avviene, tutti siamo chiamati a creare nuovi segni di speranza che testimoniano la carità cristiana, come fecero molti santi e sante in ogni epoca. Gli ospedali e le scuole, ad esempio, sono istituzioni create per esprimere l’accoglienza dei più deboli ed emarginati. Essi dovrebbero far parte ormai delle politiche pubbliche di ogni Paese, ma guerre e diseguaglianze spesso ancora lo impediscono. Sempre più, segni di speranza diventano oggi le case-famiglia, le comunità per minori, i centri di ascolto e di accoglienza, le mense per i poveri, i dormitori, le scuole popolari: quanti segni spesso nascosti, ai quali forse non badiamo, eppure così importanti per scrollarsi di dosso l’indifferenza e provocare all’impegno nelle diverse forme di volontariato! PAPA LEONE XIV “Giornata del povero”

Ecco la funzione dell’Emporio quella di DISARMARE I CUORI e rendere possibile un incontro umano con l’altro nella sua cultura, diversità, difficoltà, bisogno che è anche il nostro bisogno, la nostra difficoltà. Un lavoro di rete insieme a tutte le associazioni e enti della valle.

Per cui un grazie a tutti i Volontari che si impegnano ogni giorno in Emporio per portare avanti questo progetto. Con la speranza che nel 2026 possano aumentare per migliorare ciò che stiamo facendo e per rendere la Nostra valle accogliente e inclusiva. Tanti sono i progetti per il 2026 che ci impegneranno e tante le nuove energie e idee creative di cui abbiamo bisogno.

Quindi nel 2026 auguriamo a tutti Pace, serenità e accoglienza dell’altro, poiché la prima pace la costruiamo disarmando il nostro cuore.

Dio ama sperare con il cuore dei piccoli, e lo fa coinvolgendoli nel suo disegno di salvezza. Quanto più bello è il disegno, tanto più grande è la speranza. E in effetti il mondo va avanti così, spinto dalla speranza di tante persone semplici, sconosciute ma non a Dio, che malgrado tutto credono in un domani migliore, perché sanno che il futuro è nelle mani di Colui che gli offre la speranza più grande. PAPA LEONE XIV Omelia del 31 dicembre