SOLO LA DIFFERENZA E’ FECONDA – sull’Immigrazione e la Ius soli

“Solo la differenza è feconda”, con questa frase potremmo condensare l’incontro che martedì 12 dicembre scorso si è tenuto presso la sala convegni del Seminario vescovile di Bedonia . Fortemente voluto dal Gruppo missionario di Bedonia e dal Gruppo di Parma del Laicato Saveriano, ha avuto come protagonista Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”, il giornale che fa da portavoce a livello nazionale ai cattolici italiani.

L’incontro, organizzato anche con la collaborazione del Seminario di Bedonia, di “Intersos Valtaro” e del “Centro studi Casaroli”, ha avuto come tema quello dell’immigrazione, del fenomeno dei rifugiati e della proposta di legge sullo “Ius soli”.

Il tema è stato introdotto da due significativi interventi: quello di Damaso Feci , presidente di Intersos Valtaro, che ha tratteggiato la figura del rifugiato e il suo evolversi dagli anni ’60 ad oggi partendo dalla sua esperienza presso l’Alto commissariato ONU per i rifugiati e quello di Corrado Truffelli presidente del “Centro studi Casaroli” che ha ricostruito brevemente la storia dell’emigrazione Valtarese invitandoci tutti a fare memoria della nostra storia quando ci approcciamo al tema dell’immigrazione.

L’incontro si è poi dipanato attraverso le domande che Alberto Chiappari, a nome degli organizzatori, ha rivolto a Tarquinio ma anche a Giuseppe Milano, caporedattore di TV Parma.

Si è partiti cercando di capire le dimensioni del fenomeno migratorio, le sue cause e come sia un fenomeno intrinseco alla natura umana. L’uomo, infatti a partire dalla sua storia più remota, ha sempre desiderato conoscere nuove terre ma anche ha avuto necessità di spostarsi a causa di carestie, guerre, fenomeni climatici. Occorre perciò non farci l’illusione che il fenomeno che negli ultimi anni ha caratterizzato la nostra storia recente, possa essere considerato un fenomeno temporaneo o essere fermato con soluzioni facili dimenticandone la complessità. Occorre, infatti, rendersi conto delle cause che portano centinaia di migliaia di persone spostarsi dalle aree meridionali del nostro pianeta verso le aree più settentrionali: le guerre (“la terza guerra mondiale a pezzi” secondo l’espressione di Papa Francesco), l’iniqua distribuzione delle risorse, le dinamiche demografiche (in particolare la crescita della popolazione africana), le mutazioni climatiche.

Si è passati poi a parlare delle politiche di contenimento del fenomeno immigratorio che il nostro paese sta facendo e delle possibili alternative. Tarquinio ha ricordato l’inaccettabilità della situazione dei migranti nei centri di raccolta della Libia dove si perpetrano orribili violenze. Occorrerebbe, invece, lavorare per rendere prassi normale quella dei corridoi umanitari che in questi ultimi anni la Comunità di Sant’Egidio con La Tavola Valdese stanno portando avanti. Questi garantiscono un arrivo in Italia sicuro, senza rischi, ed un’accoglienza che permette un rapido inserimento nella realtà Italiana.

Giuseppe Milano ha raccontato anche alcune esperienze provinciali e sono stati portati i dati sulla diffusione dei rifugiati nel nostro distretto che potrebbe essere preso come esempio di accoglienza diffusa.

E’ infatti a partire da un’accoglienza dei rifugiati sparsa su tutto il territorio nazionale e fatta di piccoli numeri che è possibile rendere tale accoglienza socialmente accettabile riducendo i rischi di fenomeni di xenofobia e di problemi di sicurezza.

D’altro canto è anche indispensabile una politica internazionale di sviluppo dei paesi da cui i migranti arrivano e risolvere la cause (conflitti, feroci dittature, povertà, ecc.) che determinano la fuga di molti dai loro paesi. L’”aiutiamoli a casa loro” non sia lo slogan per proporre facili soluzioni nascondendo sentimenti xenofobi o istinti populisti ma siano un reale impegno a favore di popolazioni che necessitano realmente di sviluppo.

Si è riconosciuto che spesso i timori dell’altro, dello straniero, sono causati da pregiudizi talora alimentati ad arte anche per interessi politici, mentre succede di frequente che, quando si viene a contatto di esperienze di accoglienza, si scoprono positive e a volte straordinarie possibilità di convivenza.

Tarquinio si è anche soffermato sulla risposta dei cattolici italiani a questa emergenza. Da un lato la Chiesa italiana ha dato una risposta che non ha pari in Europa con Caritas, associazioni, movimenti e semplici parrocchie impegnate nell’accoglienza, dall’altro bisogna ammettere come, per esempio, l’appello di Papa Francesco ad accogliere una famiglia di profughi in ogni parrocchia italiana non sia stato accolto e che episodi di rigetto siano venute anche da parroci e comunità cristiane.

Si è infine passati a parlare del grande tema della cittadinanza dei figli degli immigrati quella che giornalisticamente è stata definita la questione dello “Ius soli”. “Avvenire” si è impegnato dalla fine della scorsa estate in una grande campagna a favore dell’approvazione della legge in discussione in parlamento.

Ha raccolto e raccontato, infatti, le storie di decine di ragazzi che, pur non essendo italiani per la legge, lo sono nel cuore e nella cultura. A questo proposito Tarquinio ha fatto notare come sarebbe più corretto parlare di ‘jus culturae’. Infatti più che dalla nascita in un luogo, la cittadinanza dipende dalla conoscenza e dall’immersione in una cultura. Tanti giovani figli di emigrati sono italiani perché vivono, studiano, pensano come italiani. Quella italiana è una grande cultura che sa e deve essere contagiosa per tutto il mondo; l’esempio di tanti giovani né è la più lampante testimonianza.

La legge in discussione, pur non nascondendo le difficoltà della sua approvazione, è una norma, assolutamente necessaria, che non fa che riconoscere giuridicamente una realtà già esistente e che risponde non soltanto al diritto degli immigrati, ma anche agli interessi del paese, che attraversa una sempre più grave crisi di denatalità e di senilizzazione della popolazione.

Tarquinio ha anche tenuto a precisare che chi è favorevole all’accoglienza non è contro le regole ma anzi è per regole chiare e semplici che tutti, italiani, immigrati e rifugiati devono rispettare.

La serata si è conclusa con alcuni interventi del pubblico ma anche e soprattutto con la consapevolezza che come cristiani non possiamo mai dimenticarci ciò che Gesù ha detto nel suo Vangelo: “ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt, 25, 35).

di Alberto Chiappari




Poverta’ studio della Fondazione E. ZANCAN rapporto 2018

Il «welfare generativo» prefigura politiche capaci di andare oltre l’assistenzialismo e porre un freno alla dissipazione delle risorse disponibili. La «cittadinanza generativa» è un cambio di paradigma verso nuovi modi di essere società. Chiede ad ogni persona di contribuire alla lotta alla povertà e alla disuguaglianza, mettendo in campo le proprie capacità a «corrispettivo sociale».

FONDAZIONE E. ZANCAN Rapporto sul sito della fondazione

Anche gli Empori fanno parte dello studio della Fondazione E. Zancan sulla poverta’ e su un nuovo modo di affrontarla “IL WELFARE GENERATIVO”. Un nuovo paradigma che sostituisce l’idea di aiuto con l’idea di opportunita’. Generare protagonismo nelle persone in difficolta’ e’ il mezzo di reale superamento di momenti difficili che possono cronicizzarsi in un atteggiamento passivo e privo di speranza. La poverta’ va ricordato che nel nostro paese e’ sicuramente un momento di difficolta’ che puo’ colpire nuclei fragili ma non evidentemente poveri (Giovani famiglie, persone sole, persone e nuclei con reti sociali povere (tipo i migranti) e persone colpite da patologie). La caduta in poverta’ e’ facilitata spesso da poverta’ culturale e incapacita’ a far fronte alla complessita’ e agli stimoli della Ns societa’. Noi viviamo in una societa’ competitiva, individualista che tende a non proteggere l’individuo, spinto spesso al consumo anche con mezzi di tipo coercitivo e seduttivo. La perdita della dimensione sociale protettiva del Gruppo e’ una delle maggiori poverta’ del modello attuale consumistico della societa’, in cui la fragilita’ viene considerata una malattia. Poverta’ come esclusione, quindi la lotta alla poverta’ e’ prima di tutto lotta per l’inclusione sociale e il protagonismo delle persone.

Si può contribuire al futuro del welfare valorizzando le capacità dei singoli soggetti? La domanda è ormai ricorrente nella riflessione economica, sociologica, psicosociale. Ma cosa accadrebbe se venisse affrontata anche in ambito giuridico, ambientale, sanitario, logistico e organizzativo? In tali ambiti la «capacitazione» trova chiavi di lettura diverse, in campi di azione dove gli interessi delle persone sono spesso in conflitto e dove l’individualismo può rendere impossibile l’incontro fra diritti e doveri, determinando il fallimento della valorizzazione delle capacità nelle pratiche di welfare. Tutte queste questioni sono state approfondite nei precedenti rapporti della Fondazione Zancan centrati sul welfare generativo, pubblicati dal 2012 al 2017. Nel loro insieme questi volumi costituiscono una piattaforma robusta e articolata, mentre il presente Rapporto 2018 entra nel merito delle scelte possibili, proponendo sistemi di supporto alle decisioni e pratiche necessarie per innovare la lotta alla povertà in territori generativi di valore umano e sociale. Mettere al centro le persone e le loro capacità, e non soltanto i loro bisogni, è una sfida per professionisti, volontari, operatori di servizi pubblici e privati, soggetti con responsabilità politiche, per superare le pratiche assistenzialistiche e dotare chi vive in povertà non soltanto di supporti economici, ma di strumenti utili a migliorare le proprie condizioni di vita.




Una risposta alla crisi del welfare. Gino Mazzoli

Chi sono i vulnerabili?

Costruire partecipazione nel tempo della vulnerabilità, Supplemento al n. 259/2012 di Animazione Sociale.

Se utilizziamo due semplici variabili (le risorse economiche – asse verticale – e quelle di rete – asse orizzontale) emerge una mappa dei ceti sociali completamente rivoluzionata rispetto a 20 anni fa, quando si potevano distinguere nettamente due aree: da un lato i cittadini indigenti, portatori di disagi evidenti; dall’altro lato i cittadini in grado di farcela da soli di fronte a difficoltà e imprevisti e, anche in assenza di consistenti risorse culturali ed economiche, dotati di un ragguardevole patrimonio di reti. Oggi abbiamo l’area degli emarginati che costituiscono il target tradizionale dei servizi sociali, con scarse risorse economiche e legami sociali scarsi o assenti (quadrante D); una seconda grande area composta da cittadini istruiti e benestanti con una funzione di traino e leadership – i promotori di coesione – e il buon vecchio ceto popolare, oggi perlopiù monogenerazionale anziano, con meno risorse economiche ma un’alta tenuta interna della famiglia. Questa seconda grande area (quadranti B + parte alta di C) ha da sempre fornito le risorse più importanti per l’imprenditività politica e sociale, ma va restringendosi sul piano numerico; una terza area composta dal nuovo ceto popolare immigrato (quadrante C in basso) che ha buone reti familiari e in genere una visione più ottimistica del futuro rispetto a quella degli autoctoni; un’ultima area, quella dei nuovi vulnerabili (quadrante A) di cui abbiamo parlato prima, caratterizzata da legami sociali deboli e con la tendenza a vivere al di sopra delle proprie possibilità, che è a rischio di precipitare nell’area della marginalità.

Al riguardo basta fare “due conti demografici in tasca” alle amministrazioni locali per mostrare la portata di questo cambiamento. Proviamo a immaginare un comune di 10.000 abitanti. L’area dei cosiddetti “marginali cronici” si attesta mediamente intorno all’1% della popolazione. Se il raddoppio di quest’area a causa della crisi costituisce un passaggio dall’1 al 2% (da 100 a 200) non suscettibile di produrre smottamenti tellurici nella percezione collettiva della povertà, il “salto” da 0 al 20-30% di persone (2000 o 3000) dall’area della vulnerabilità a quello della povertà conclamata significherebbe una vera e propria rivoluzione epocale nella comunità locale.

https://youtu.be/OIy0S6uG_Zc

Intercettare i vulnerabili oggi, quando hanno bisogno prevalentemente di ascolto e di aiuto per ri-orientare lo stile di vita, non comporta l’erogazione di contributi, ma la predisposizione di risorse -tempo di operatori e volontari. Intercettarli domani, quando saranno necessari soprattutto sussidi economici, renderà impossibile l’intervento. Inoltre il ceto medio vulnerabile oggi è ancora ricco di risorse per gestire i problemi che l’attraversano. Questi cittadini vanno aiutati a trasformare una posizione meramente rivendicativa in un’altra capace di co-generare, insieme a istituzioni e terzo settore, nuove risposte (nuovi servizi) da progettare e gestire in modo partecipato.

La crisi può essere vista come una grande opportunità”. In che modo?

Se la radice della crisi che ci attraversa è culturale (e dunque psico-sociale), il tema che ci propone è quello di un ri-orientamento del nostro stile di vita. Aumentano gli abitanti del pianeta e c’è una torta identica da spartire. Non siamo una nazione destinata a rimanere tra quelle che guideranno lo sviluppo, perciò dobbiamo attrezzarci a vivere con meno. Dal momento che viviamo in una società bulimica che ci dopa di opportunità, questa nuova condizione si presenta come un’opportunità per modificare in senso più sobrio il nostro stile di vita. Poiché, però, il basso continuo della nostra società continua e continuerà a ripeterci che tutto è a portata di mano -basta passare al low cost e agli acquisti rateali-, la sfida non è semplice e non si vince con un discorso pronunciato da qualche balcone o con un documento ben scritto.

Serve un fare concreto e locale intorno a problemi circoscritti sentiti come utili dalle persone a partire dal quale: ricavare ipotesi più ampie; creare una connessione tra tanti “fare” locali appartenenti a province, regioni e nazioni diverse (di locale si può anche morire); investire nello sviluppo in forma diffusa di competenze per gestire questi processi partecipativi nell’area del welfare; individuare nuovi criteri di valutazione del lavoro sociale quali, ad esempio, la capacità di generare nuove risorse -umane, non solo finanziarie- rispetto a quelle già date, la capacità di coinvolgere cittadini che non appartengono al circuito dei soliti noti, la capacità di allestire nuovi servizi in collaborazione coi cittadini e col terzo settore a costi estremamente contenuti.

Sorgente: Spazio Comune: una risposta alla crisi del welfare. Intervista a Gino Mazzoli, coordinatore nazionale di Spazio Comune