Il costo della Guerra, riflessioni intorno al presente.

Afghanistan, 16 anni di guerra sono costati 900 miliardi di dollari: 7,5 sostenuti dall’Italia.

A questo costo ”va aggiunto l’esborso di 360 milioni a sostegno delle forze armate afgane (120 milioni l’anno a partire dal 2015) e circa 900 milioni di spese aggiuntive relative al trasporto truppe, mezzi e materiali da e per l’Italia, alla costruzione di basi e altre infrastrutture militari in teatro, al supporto operativo della Task Force Air (Emirati, Qatar e Bahrein) e degli ufficiali di collegamento distaccati presso Comando Centrale USA di Tampa, Florida, al supporto d’intelligence degli agenti AISE, della protezione attiva e passiva delle basi, al supporto sanitario del personale della Croce Rossa Italiana, alla protezione delle sedi diplomatiche nazionali e alle attività umanitarie militari strumentali (CIMIC, classificate all’estero, con più realismo, come Psy Ops, cioè guerra psicologica: aiuti in cambio di informazioni). Si arriva così a oltre 7,5 miliardi, a fronte di 260 milioni investiti in iniziative di cooperazione civile”.

L’osservatorio tira le somme delle vittime civili ”in aumento, soprattutto bambini. Secondo le stime più attendibili, rileva il rapporto, ”sono oltre 140 mila morti dall’inizio dell’intervento occidentale in Afghanistan, per metà combattenti talebani (o presunti tali), l’altra metà quasi equamente divisa tra giovani afgani delle forze di sicurezza e civili, almeno 26 mila — secondo uno studio condotto dalla Brown University — i civili uccisi nel corso della missione ISAF (2001-2014), cui si aggiungono quasi 9 mila morti — secondo i dati pubblicati dalla missione ONU in Afghanistan (UNAMA) — dall’inizio della missione RS (2015). A questi si aggiungono oltre 3.500 soldati NATO (di cui 53 italiani, più 650 feriti), almeno 1.700 contractor di varie nazionalità e oltre 300 cooperanti 17 stranieri”.

https://www.repubblica.it/esteri/2




Cosa ci dice il Reddito di Cittadinanza sulla povertà?

Alcuni dei Nostri utenti percepiscono il Reddito di cittadinanza una misura importante che per la prima volta nel Nostro paese cerca di dare una risposta alla poverta’ . Una misura da molti criticata che sicuramente deve essere migliorata e per una sua parte essenziale (Il reinserimento lavorativo) deve ancora essere attuata. Questa  riflessione sul RdC  dell Osservatorio CPI dell’Universita’ Cattolica del sacro cuore.

I percettori del Reddito di Cittadinanza (2,4 milioni di persone) sono molto meno dei 5 milioni di poveri assoluti che risultano all’Istat sulla base dell’indagine sulle spese delle famiglie. Le differenze sono probabilmente in parte dovute al fatto che le persone tendono a sottodichiarare all’Istat. Il fenomeno della sottodichiarazione non è solo un fenomeno italiano ed è ben noto nella letteratura internazionale; può essere particolarmente rilevante in un paese in cui le imposte evase ammontano a ben 130 miliardi di euro. Per chi evade, fare domanda per il Reddito di Cittadinanza significa assumersi il rischio di sanzioni pesanti (incluse sanzioni penali) in caso di controlli che ne attestino la reale condizione. Che il fenomeno della sotto dichiarazione sia quantitativamente rilevante è certificato dal fatto che il totale dei consumi dichiarati all’Istat è inferiore di ben il 22 per cento rispetto al dato dei consumi di Contabilità Nazionale, che è il frutto di elaborazioni che tengono conto di una molteplicità di fonti di informazione, dal lato dell’offerta oltre che della domanda.

Per avere un’idea dell’ordine di grandezza della sovrastima del numero dei poveri, abbiamo usato l’indagine della Banca d’Italia. Questa analisi ha evidenziato che le differenze fra i due numeri (poveri assoluti e percettori del reddito) sono molto rilevanti. In parte sono dovute a distorsioni nel disegno del Reddito di Cittadinanza: il Reddito di Cittadinanza include infatti persone che non sono povere in base al criterio Istat – tipicamente, un single che vive in un piccolo centro nel Sud – ed esclude persone che, in base allo stesso criterio, sono invece povere – tipicamente, stranieri e famiglie numerose nei grandi centri del Nord. Utilizzando l’indagine Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie, riusciamo a fare una stima di questi due gruppi di famiglie (i “poveri esclusi” dal reddito e i “non poveri” che invece sono inclusi) e troviamo che i primi sono molto più numerosi, circa il doppio, dei secondi. Abbiamo per questo corretto i dati del Reddito di Cittadinanza, giungendo alla conclusione che i poveri sono molti di più dei percettori del reddito, ma meno dei 5 milioni censiti dall’Istat. In particolare, la nostra stima colloca il numero di poveri, inclusi gli stranieri residenti, fra i 3,6 e i 4,3 milioni di individui. Di questi, gli italiani poveri sono fra 2,5 e 3 milioni. Dato che il Reddito di Cittadinanza ha dei criteri molto restrittivi per gli stranieri, non stupisce che i percettori del sussidio siano solo 2,4 milioni di individui.

Nell’effettuare questa analisi abbiamo preso in considerazione la nozione di povertà assoluta utilizzata dall’Istat che considera come “necessari” beni quali “Acquisto telefono cellulare”, “Giocattoli, giochi e videogiochi”, “Libri non scolastici” e “Totocalcio, lotto e altri concorsi”. Si tratta di beni che vanno presi in considerazione in un paese ricco come è l’Italia. Abbiamo però avvisato il lettore che la terminologia “povertà assoluta” può trarre in inganno. Essa non ha nulla a che fare con la soglia di povertà estrema definita dalla Banca Mondiale a 1,9 dollari al giorno, 57 al mese. Sotto questa soglia si trova quasi un miliardo di persone nel mondo e quasi nessuna in Italia.

https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-archivio-studi-e-analisi-cosa-ci-dice-il-reddito-di-cittadinanza-sulla-poverta

https://www.redditodicittadinanza.gov.it/

 




LE STATISTICHE DELL’ISTAT SULLA POVERTÀ | ANNO 2018

Stabile la povertà assoluta Nel 2018, si stima siano oltre 1,8 milioni le famiglie in condizioni di povertà assoluta, con un’incidenza pari al 7,0%, per un numero complessivo di 5 milioni di individui (8,4% del totale). Pur rimanendo ai livelli massimi dal 2005, si arresta dopo tre anni la crescita del numero e della quota di famiglie in povertà assoluta. Le famiglie in condizioni di povertà relativa nel 2018 sono poco più di 3 milioni (11,8%), quasi 9 milioni di persone (15,0% del totale).

Povertà assoluta maggiore tra le famiglie numerose e quelle monogenitore Nel 2018, si conferma un’incidenza di povertà assoluta più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti. E’ pari a 8,9% tra quelle con quattro componenti e raggiunge il 19,6% tra quelle con cinque e più; si attesta invece attorno al 7% tra le famiglie di 3 componenti, in linea con il dato medio. La povertà, inoltre, aumenta in presenza di figli conviventi, soprattutto se minori, passando dal 9,7% delle famiglie con un figlio minore al 19,7% di quelle con 3 o più figli minori. Anche tra i monogenitore la povertà è più diffusa rispetto alla media, con un’incidenza dell’11,0%, in aumento rispetto all’anno precedente, quando era pari a 9,1%.

Istruzione e livelli occupazionali migliori proteggono le famiglie dalla povertà La diffusione della povertà diminuisce al crescere del titolo di studio. Se la persona di riferimento ha conseguito un titolo almeno di scuola secondaria superiore l’incidenza è pari al 3,8%, si attesta su valori attorno al 10,0% se ha al massimo la licenza di scuola media. Associata al titolo di studio è la condizione professionale e la posizione nella professione della persona di riferimento: se dirigente, quadro o impiegato, la famiglia è meno a rischio di povertà assoluta, con l’incidenza che si attesta intorno all’1,5%. Se la persona di riferimento è operaio o assimilato, la povertà riguarda il 12,3% delle famiglie. Tra le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione questa quota sale al 27,6%.

DOSSIER ISTAT POVERTA’ 2018