Un problema di redditi?

Una breve analisi dei redditi 2024 dei comuni dell’Alta Valtaro

I redditi 2024 pubblicati dall’Agenzia delle Entrate raccontano di una provincia di Parma ricca: sesta a livello nazionale e seconda, dopo Bologna, a livello regionale. Ma raccontano anche di una provincia a due marce: una pianura e una fascia pedemontana con redditi medio-alti, e una montagna con redditi medio-bassi.

Per la valle del Taro e del Ceno emerge un record provinciale negativo: Bardi, Tornolo e Bedonia sono fanalini di coda, mentre anche gli altri comuni si collocano nella parte bassa della classifica dei redditi. Tra i comuni analizzati, il più ricco è Solignano, non a caso il più vicino alla zona pedemontana; man mano che aumentano i metri di altitudine diminuiscono i redditi,

Questo evidente squilibrio, ben descritto dai dati, divide la situazione provinciale in due. Con una montagna in carenza di lavoro ben retribuito, lavori precari e saltuari, retribuzione mediamente più basse, spopolamento e invecchiamento della popolazione. Contesti di lavoro e formazione che comportano pendolarismo e un obbligo per le famiglie giovani di migrare verso la via Emilia..

A gravare ulteriormente sugli abitanti della montagna sono la lontananza dai servizi e l’inadeguatezza dei mezzi pubblici di trasporto, fattori che pesano sulle possibilità di chi vive nelle aree interne.

Il reddito medio ponderato degli otto comuni si attesta a 22.507,41 euro, contro i 30.956 euro di Parma: una differenza del 27,2%.

Declino demografico e marginalità sembrano quindi elementi ineludibili del futuro dei nostri comuni.

Un altro dato interessante riguarda il numero di contribuenti nei comuni dell’Alta Valtaro. Su 14.637 contribuenti complessivi, solo cinque degli otto comuni analizzati superano quota 1.000 contribuenti. Gli altri tre restano sotto questa soglia: Compiano con 839, Tornolo con 741 e Valmozzola con 458. Numeri che impongono una seria riflessione sulla sostenibilità dei servizi di coesione sociale.

Fonte: Agenzia delle Entrate




Misure contro la povertà: i suggerimenti dell’Ocse

Nel suo ultimo rapporto sull’economia italiana, l’Ocse dà una valutazione di Adi e Sfl e indica alcuni interventi per migliorarle. Cancellato il Reddito di cittadinanza, l’Italia non ha più infatti una misura universale di contrasto alla povertà.

Il rapporto Ocse

L’ultimo rapporto dell’Ocse sull’economia italiana dedica un’intera sezione alla valutazione delle due nuove misure di sostegno alle famiglie fragili varate dal governo: l’Assegno di inclusione e il Sostegno per la formazione e il lavoro.

Il nostro contributo fornisce una sintesi delle valutazioni dell’Ocse e delle modifiche suggerite per migliorare il disegno delle due misure.

L’assegno di inclusione e le principali differenze rispetto al Reddito di cittadinanza

L’Assegno di inclusione (Adi) è un contributo rivolto a determinate famiglie in stato di disagio economico (Isee sotto i 9.360 euro e un reddito familiare sotto una certa soglia, variabile a seconda delle caratteristiche familiari). Ha una durata di 18 mesi, rinnovabili ogni 12 mesi fintanto che sussistono i requisiti. La struttura dell’Adi è molto simile a quella del Reddito di cittadinanza (Rdc). Le principali differenze riguardano i seguenti punti:

  • requisiti di eleggibilità legati alle caratteristiche familiari: possono accedere all’Adi solamente le famiglie dove vivono dei minori, disabili o over-60. Al contrario, l’Rdc consentiva l’accesso a tutte le famiglie in stato di disagio economico, indipendentemente da ogni altra loro caratteristica legata a età o stato di salute;
  • requisiti di accesso per gli stranieri: meno restrittivi rispetto all’Rdc (si passa dai 10 ai 5 anni di residenza);
  • la scala di equivalenza impiegata per calcolare l’ammontare dell’assegno e le soglie reddituali di eleggibilità: più restrittiva nel caso dell’Adi, in particolare per le famiglie numerose e per le famiglie con minori sopra i due anni di età;
  • le soglie reddituali: più restrittive per le famiglie in affitto (si passa dai 9.360 a 6 mila euro annui per una persona sola, da moltiplicare per la rispettiva scala di equivalenza nel caso di nuclei più numerosi).



Cosa ci dice il Reddito di Cittadinanza sulla povertà?

Alcuni dei Nostri utenti percepiscono il Reddito di cittadinanza una misura importante che per la prima volta nel Nostro paese cerca di dare una risposta alla poverta’ . Una misura da molti criticata che sicuramente deve essere migliorata e per una sua parte essenziale (Il reinserimento lavorativo) deve ancora essere attuata. Questa  riflessione sul RdC  dell Osservatorio CPI dell’Universita’ Cattolica del sacro cuore.

I percettori del Reddito di Cittadinanza (2,4 milioni di persone) sono molto meno dei 5 milioni di poveri assoluti che risultano all’Istat sulla base dell’indagine sulle spese delle famiglie. Le differenze sono probabilmente in parte dovute al fatto che le persone tendono a sottodichiarare all’Istat. Il fenomeno della sottodichiarazione non è solo un fenomeno italiano ed è ben noto nella letteratura internazionale; può essere particolarmente rilevante in un paese in cui le imposte evase ammontano a ben 130 miliardi di euro. Per chi evade, fare domanda per il Reddito di Cittadinanza significa assumersi il rischio di sanzioni pesanti (incluse sanzioni penali) in caso di controlli che ne attestino la reale condizione. Che il fenomeno della sotto dichiarazione sia quantitativamente rilevante è certificato dal fatto che il totale dei consumi dichiarati all’Istat è inferiore di ben il 22 per cento rispetto al dato dei consumi di Contabilità Nazionale, che è il frutto di elaborazioni che tengono conto di una molteplicità di fonti di informazione, dal lato dell’offerta oltre che della domanda.

Per avere un’idea dell’ordine di grandezza della sovrastima del numero dei poveri, abbiamo usato l’indagine della Banca d’Italia. Questa analisi ha evidenziato che le differenze fra i due numeri (poveri assoluti e percettori del reddito) sono molto rilevanti. In parte sono dovute a distorsioni nel disegno del Reddito di Cittadinanza: il Reddito di Cittadinanza include infatti persone che non sono povere in base al criterio Istat – tipicamente, un single che vive in un piccolo centro nel Sud – ed esclude persone che, in base allo stesso criterio, sono invece povere – tipicamente, stranieri e famiglie numerose nei grandi centri del Nord. Utilizzando l’indagine Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie, riusciamo a fare una stima di questi due gruppi di famiglie (i “poveri esclusi” dal reddito e i “non poveri” che invece sono inclusi) e troviamo che i primi sono molto più numerosi, circa il doppio, dei secondi. Abbiamo per questo corretto i dati del Reddito di Cittadinanza, giungendo alla conclusione che i poveri sono molti di più dei percettori del reddito, ma meno dei 5 milioni censiti dall’Istat. In particolare, la nostra stima colloca il numero di poveri, inclusi gli stranieri residenti, fra i 3,6 e i 4,3 milioni di individui. Di questi, gli italiani poveri sono fra 2,5 e 3 milioni. Dato che il Reddito di Cittadinanza ha dei criteri molto restrittivi per gli stranieri, non stupisce che i percettori del sussidio siano solo 2,4 milioni di individui.

Nell’effettuare questa analisi abbiamo preso in considerazione la nozione di povertà assoluta utilizzata dall’Istat che considera come “necessari” beni quali “Acquisto telefono cellulare”, “Giocattoli, giochi e videogiochi”, “Libri non scolastici” e “Totocalcio, lotto e altri concorsi”. Si tratta di beni che vanno presi in considerazione in un paese ricco come è l’Italia. Abbiamo però avvisato il lettore che la terminologia “povertà assoluta” può trarre in inganno. Essa non ha nulla a che fare con la soglia di povertà estrema definita dalla Banca Mondiale a 1,9 dollari al giorno, 57 al mese. Sotto questa soglia si trova quasi un miliardo di persone nel mondo e quasi nessuna in Italia.

https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-archivio-studi-e-analisi-cosa-ci-dice-il-reddito-di-cittadinanza-sulla-poverta

https://www.redditodicittadinanza.gov.it/